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INTERVISTA: INT_3
SYNC_DATE: 06/10/2026 DELTA_T: 5 MIN

Oltre il traguardo

“Il desiderio di concludere e quello di comprendere: cercare il valore della formazione oltre gli esami.”

Lo studio come possibilità

Nella mia famiglia lo studio è sempre stato visto positivamente. C’erano esperienze diverse, sia di formazione scolastica sia universitaria, e persone che avevano già concluso il proprio percorso nei tempi previsti.

L’università era considerata una possibilità importante, non soltanto per le prospettive future, ma anche per la crescita culturale.

Non era però l’unica strada accettata. Da parte dei miei genitori c’è sempre stata libertà di scegliere. L’importante era che ciascuno trovasse la propria direzione.

Anche cambiare strada era possibile. In famiglia avevo visto persone cominciare un percorso e poi decidere di intraprenderne un altro, in autonomia.

Per questo non ho vissuto l’università come qualcosa che dovevo fare per forza. Era una possibilità che potevo scegliere, cercando di capire se corrispondeva ai miei interessi.

Dalla formazione tecnica ad altri interessi

Alle superiori ho frequentato un istituto tecnico. Non ho cambiato scuola durante quegli anni.

La scelta era legata anche al contesto familiare e a quello che allora sembrava più conveniente. Mi piaceva, ma non particolarmente: già in quel periodo avrei voluto frequentare un liceo.

Avevo un interesse per le materie umanistiche che non coincideva del tutto con la formazione che stavo seguendo.

In seguito, proprio l’aver studiato in un ambito tecnico mi ha dato ancora più voglia di avvicinarmi a qualcosa di diverso. Cercavo una disciplina che mi permettesse di approfondire la dimensione sociale e umana.

Non considero questi due aspetti completamente separati. La parte tecnica e quella umanistica sono entrambe presenti nella mia esperienza, anche se all’università ho scelto di dare più spazio alla seconda.

La scuola vicina a casa

Durante le superiori raggiungere la scuola era semplice. Abitavo vicino e potevo andarci a piedi. Successivamente ho cominciato a usare anche il motorino.

Da questo punto di vista ero l’opposto di un pendolare. Non dovevo organizzarmi intorno a lunghi spostamenti o agli orari dei mezzi, come succedeva ad altri compagni.

Con gli amici scherzavamo sul fatto che proprio quelli che abitavano più vicino arrivavano spesso in ritardo. Sapendo di avere la scuola a pochi passi, uscivamo all’ultimo momento.

Era una comodità che riconoscevo, soprattutto confrontandomi con chi doveva partire molto prima per arrivare alla stessa ora.

La curiosità che mi ha orientato

Mi considero una persona curiosa. Ho diversi interessi: mi piace leggere, mi interessano il cinema e il teatro.

Non li coltivo tutti nello stesso modo o con la stessa continuità, ma fanno parte delle cose verso cui mi sento portato.

Anche la scelta universitaria è nata soprattutto da una curiosità personale. Non c’è stato un singolo episodio che mi abbia fatto decidere, né un orientamento preciso che abbia determinato la scelta.

Avevo interesse per alcune discipline umanistiche e sociali e ho cominciato a informarmi. Attraverso alcuni amici ho scoperto il corso che poi ho frequentato, e da lì ho approfondito le possibilità.

Ho confrontato più percorsi. Quello che ho scelto mi interessava per i contenuti e mi sembrava anche una strada con un legame più concreto con alcune possibilità future.

Contava inoltre la vicinanza. Cercavo qualcosa che potessi studiare senza trasferirmi lontano, continuando a vivere nella mia città.

La scelta è stata quindi un insieme di interesse e praticità. Non soltanto una questione logistica, ma nemmeno una decisione presa ignorando le condizioni in cui avrei dovuto portarla avanti.

Decidere con calma

Prima di questo percorso avevo già avuto una breve esperienza universitaria altrove. Quando penso all’inizio del corso attuale, però, il ricordo che mi viene in mente è particolare: il primo giorno è stato il giorno di un esame.

Mi sono iscritto a dicembre, quando le lezioni del primo semestre erano già terminate. Ho iniziato direttamente con la sessione.

Non avevo deciso subito. Mi sono preso del tempo perché non ero ancora sicuro di voler cominciare. Non sentivo di dover fare una scelta immediata, e inizialmente mi sono avvicinato allo studio in modo più informale.

Quando ho deciso, ho verificato che fosse ancora possibile immatricolarmi e l’ho fatto.

Questo ha reso l’ingresso diverso da quello che forse ci si immagina. Non sono arrivato prima in aula per seguire una lezione e conoscere gradualmente il contesto. Sono arrivato per affrontare una prova.

Il primo giorno, davanti a un esame

Quel giorno c’erano curiosità ed entusiasmo. Stavo entrando in un mondo che mi interessava, ma che ancora non conoscevo.

Volevo vedere la sede, capire il corso, cominciare a conoscere quell’ambiente.

Insieme a questo c’era l’ansia da prestazione. Mi domandavo se fossi preparato, se fossi adatto a studiare quelle materie, se sarei riuscito a farlo bene.

Non era soltanto la preoccupazione per il risultato dell’esame. Era anche il dubbio su come mi sarei trovato nel percorso che avevo appena scelto.

Ricordo quindi un ingresso fatto di sentimenti diversi: la voglia di cominciare e, contemporaneamente, l’incertezza rispetto alle mie capacità e alla mia preparazione.

Le indicazioni per studiare

Le prime difficoltà non hanno riguardato soprattutto la segreteria o le procedure amministrative.

Ho incontrato qualche problema nel trovare e individuare i materiali di studio. Non tutti i professori erano precisi nel dare le indicazioni.

A volte avrei avuto bisogno di maggiore chiarezza: sapere con più sicurezza quali documenti utilizzare e su cosa prepararmi.

È una difficoltà che ho ritrovato anche nel confronto con altri studenti.

Per il resto, sul piano didattico non ricordo particolari problemi generali. Non voglio descrivere tutto il percorso come se fosse stato segnato soltanto da ostacoli.

Una segreteria che rispondeva

Della segreteria ho un giudizio positivo.

Quando ho fatto richieste o posto domande, ho trovato risposte tempestive. Mi è sembrata operativa e disponibile.

Per me è importante distinguere questo aspetto dalle altre criticità. Se qualcosa ha funzionato, voglio riconoscerlo.

Non ho vissuto l’organizzazione amministrativa come una delle principali difficoltà del mio percorso.

Una sede nostra, ma distante

La sede in cui abbiamo studiato aveva anche un aspetto bello: era uno spazio dedicato a noi.

Allo stesso tempo, però, si sentiva il distacco dal resto dell’università. Non mi dava la sensazione di vivere pienamente una vita universitaria.

Andavi lì, facevi quello che dovevi fare e poi tornavi via. Mancava un contesto più ampio in cui fermarsi, incontrare persone di altri percorsi, condividere degli spazi.

Penso a una sala comune, a un luogo dove conoscere qualcuno, parlare di quello che si studia ma anche di altro. Quella dimensione non l’ho vissuta molto.

Per me l’università non è soltanto la sede in cui si svolgono lezioni ed esami. È anche la possibilità di essere immersi in un ambiente fatto di incontri.

Quello che cambia in un campus

Confrontando la nostra esperienza con altre realtà universitarie, ho percepito una differenza.

In alcuni contesti trovi una vita quotidiana costruita intorno all’università. Ci sono studenti in molti luoghi, occasioni per incontrarsi, spazi in cui parlare e conoscere persone.

Questa presenza rende più semplice sentirsi dentro un ambiente universitario, non soltanto frequentare una struttura.

Nel nostro caso, anche la distanza tra l’università e le zone abitate richiedeva degli spostamenti. Non era tutto vicino o facilmente collegato nella stessa esperienza quotidiana.

Non penso che questo cancelli il valore di quello che si studia. Ma, dal punto di vista della vita universitaria, per me è una differenza importante.

Il ritmo dello studio

Il mio percorso non ha avuto sempre la stessa continuità.

Ho studiato spesso nel pomeriggio e la sera, anche dopo cena. In alcuni periodi riuscivo a mantenere un ritmo, in altri dedicavo meno tempo allo studio.

Ci sono stati esami che ho dovuto rimandare perché non mi sentivo sufficientemente preparato.

Sapevo che avrei dovuto gestire tempi e impegni diversi. A volte ci riuscivo, altre volte no.

Quando lo studio passava in secondo piano poteva trascorrere parecchio tempo. Riprendere, dopo un’interruzione, non era immediato.

Rimettere mano a una materia richiede di ritrovare il filo. Non basta sempre tornare al punto in cui avevi lasciato.

Imparare a gestire l’ansia

Gli appelli mi hanno dato ansia, soprattutto all’inizio.

Con il tempo ho acquisito più dimestichezza con lo studio e ho imparato a valutare meglio la mia preparazione.

Cominciavo a capire se il livello era adeguato oppure se avevo ancora bisogno di lavorare su qualcosa. Questo mi ha aiutato a gestire la preoccupazione.

Non significa che l’ansia sia scomparsa. Una preoccupazione di fondo è rimasta, ma ho affrontato gli esami con maggiore sicurezza rispetto ai primi momenti.

L’esperienza mi ha insegnato anche a riconoscere meglio come mi preparo e cosa posso aspettarmi da me stesso.

Il rapporto con i docenti

Con la maggior parte dei docenti mi sono trovato bene. Mi sono sentito capito e ascoltato.

Con qualcuno ci sono state incomprensioni o meno sintonia. Alcuni metodi mi sembravano più distanti dagli studenti, meno aperti al confronto.

Non descriverei questi rapporti come una difficoltà generale che ha determinato tutto il mio percorso. La maggior parte delle esperienze è stata positiva.

Ci sono però alcune prove che, secondo me, avrebbero potuto andare meglio. In un caso sentivo di avere poco spazio per parlare e avevo la sensazione che il modo in cui esponevo non fosse mai quello atteso.

In un altro non mi sono riconosciuto pienamente nella valutazione ricevuta.

Queste sono le mie percezioni di quei momenti. Non voglio ridurre il racconto a giudizi personali sugli insegnanti.

Ho avuto anche esperienze diverse, nelle quali il rapporto e la valutazione mi sono sembrati più equilibrati. Per questo non considero tutti gli esami o tutti i docenti nello stesso modo.

Gli interessi fuori dallo studio

Durante l’università ho continuato a coltivare altri interessi.

Ho fatto sport e anche piccole attività di volontariato. In generale, portare avanti degli hobby non è stato un aspetto che mi abbia creato particolari problemi rispetto allo studio.

Sono riuscito a tenere insieme queste cose.

Per me il percorso universitario non ha occupato da solo tutta la vita. Ci sono state anche esperienze e attività diverse, che hanno fatto parte di quegli anni.

Essere fuori corso

La condizione di fuori corso la vivo negativamente soprattutto dal punto di vista del tempo.

Avrei voluto concludere prima. Il senso di ritardo c’è e non voglio negarlo.

Allo stesso tempo, riconosco che durante questi anni non mi sono dedicato soltanto all’università. Ho fatto anche altre esperienze.

Questo mi aiuta a ridimensionare il ritardo. Non mi fa dire che avrei preferito impiegare più tempo, ma mi permette di non guardare quegli anni come se non fosse successo niente.

Resta il pensiero che avrei potuto organizzarmi meglio. Penso che avrei potuto essere più costante e più efficace nel portare avanti lo studio.

Tengo insieme entrambe le cose: il desiderio di aver concluso prima e il riconoscimento di ciò che ho vissuto nel frattempo.

Le ragioni per continuare

A farmi andare avanti sono state soprattutto tre motivazioni.

La prima è la voglia di concludere qualcosa che avevo iniziato. Volevo vedere completato un obiettivo mio, portare a termine questo percorso.

La seconda è la possibilità di aprire altre prospettive attraverso la laurea.

La terza è l’interesse per quello che studio. È una disciplina che mi appassiona e nella quale voglio continuare ad acquisire conoscenze.

Riprendendo in mano queste motivazioni, mi sono detto che valeva la pena continuare e cercare di completare.

Non è soltanto il titolo finale. C’è anche il desiderio di imparare ancora qualcosa in un ambito che sento vicino.

Quello che rifarei diversamente

Rifarei la scelta di studiare questo percorso.

Quello che cambierei è soprattutto il modo di organizzarmi.

All’inizio c’erano idee poco chiare e una certa indecisione su cosa fare. Ho cominciato più tardi e non ho sempre dato allo studio la priorità necessaria per mantenere il ritmo.

Con il senno di poi, inizierei prima e cercherei di seguire meglio il programma che mi ero dato.

Quando dico che vorrei essere più sbrigativo, intendo soprattutto questo: essere più organizzato e più fedele all’organizzazione.

È anche qualcosa che si impara con l’esperienza. Nel tempo si matura e si guarda alle proprie scelte in modo diverso.

Oggi vedo più chiaramente alcune cose che allora non riuscivo a gestire nello stesso modo.

Le direzioni che mi interessano

Per il futuro penso alla possibilità di specializzarmi. Ci sono diversi ambiti che mi incuriosiscono e nei quali potrei immaginare una prosecuzione.

Mi interessano la comunicazione e il giornalismo, anche dentro una piccola realtà locale. Mi interessano anche la formazione, le relazioni tra le persone e i percorsi di integrazione.

Se penso a dove vorrei trovarmi tra qualche anno, però, la direzione che sento più vicina è quella dell’accoglienza e dell’inclusione culturale.

Vorrei approfondire il rapporto con persone che provengono da contesti culturali diversi, anche meno rappresentati rispetto a quello dominante.

È questa la dimensione in cui mi immagino: contribuire all’integrazione e all’inclusività.

Che cosa dovrebbe essere l’università

C’è una riflessione più generale che mi viene da aggiungere.

A volte ho la sensazione che l’università stia diventando una sorta di centro commerciale di lauree. Lo dico come una critica a un sistema più ampio, non soltanto a una singola università.

Per me dovrebbe essere un luogo di conoscenza e di cultura. Ho l’impressione che, in alcuni casi, questa dimensione perda spazio rispetto alla distribuzione di titoli.

Non so se accada ovunque e non voglio generalizzare a tutte le realtà. Ma penso che dovrebbe esserci più attenzione alla qualità della formazione.

Quando dico che l’università dovrebbe essere più rigorosa, non intendo soltanto esami più difficili. Intendo una maggiore attenzione a quello che una persona ha davvero compreso.

Conoscere non è soltanto ripetere

Durante un esame si può ripetere un concetto senza averlo capito fino in fondo.

È questa la distinzione che per me conta: conoscere termini, parole e tecniche non significa necessariamente comprendere una disciplina.

A volte mi sembra che la valutazione si concentri su ciò che uno riesce a ripetere, più che sulla comprensione reale.

Il rischio è studiare qualcosa per la prova, esporlo e poi dimenticarlo, perché non è stato assimilato davvero.

Vorrei un’università più attenta a questo passaggio. Non soltanto sapere se una persona conosce un argomento, ma capire se riesce a dargli un significato e a usarlo per leggere quello che ha davanti.

Per me una formazione superficiale non diventa più solida soltanto perché permette di completare gli esami.

La formazione della persona

Negli ambiti che riguardano le persone e i contesti culturali, questa attenzione mi sembra particolarmente importante.

Non basta possedere una serie di nozioni. Per comprendere un contesto servono anche qualità umane che si costruiscono nel tempo.

Penso che l’università possa contribuire a formarle, se dedica più attenzione alla persona e non soltanto alle conoscenze che deve dimostrare in una prova.

Questo potrebbe aiutare a diventare più preparati anche nel rapporto con gli altri e con la società.

È una riflessione che estenderei al sistema scolastico in generale. Ho la sensazione che si dia spesso più attenzione alla quantità che alla qualità.

Quello che cerco nello studio, invece, è una comprensione più profonda. È anche per questo che, nonostante il tempo impiegato, continuo a riconoscere il valore del percorso che ho scelto.


Nota del ricercatore

La testimonianza descrive una scelta universitaria costruita attraverso l’incontro tra curiosità personale, interessi umanistici e condizioni di accessibilità del percorso. Il valore attribuito allo studio nel contesto familiare convive con la libertà di individuare una propria direzione. Il passaggio da una formazione tecnica a interessi differenti non viene presentato come una cancellazione dell’esperienza precedente, ma come un ampliamento delle possibilità formative.

Sul piano organizzativo, il partecipante distingue chiaramente gli aspetti dell’esperienza: esprime un giudizio positivo sulla segreteria, segnala alcune difficoltà nella chiarezza delle indicazioni didattiche e riconosce nella separazione della sede un limite alla vita universitaria. La mancanza di spazi e occasioni d’incontro riguarda, nel suo racconto, soprattutto la possibilità di sentirsi immerso in una comunità, senza coincidere con una valutazione negativa dell’intera formazione.

La dimensione emotiva degli esami cambia nel tempo. La maggiore familiarità con lo studio e con il proprio livello di preparazione accompagna una gestione più sicura dell’ansia. Anche il rapporto con i docenti è descritto prevalentemente in termini positivi, con alcune esperienze di minore sintonia o di valutazione non pienamente condivisa. Queste osservazioni restituiscono percezioni situate e non consentono di formulare giudizi sulle singole figure.

Il vissuto del fuori corso mantiene una tensione tra rammarico e riconoscimento. Il partecipante avrebbe voluto concludere prima, ma non considera il tempo trascorso come privo di esperienze significative. Riconosce inoltre la possibilità di una migliore organizzazione personale, senza ridurre il racconto a una sola spiegazione. La volontà di completare un obiettivo e l’interesse per la disciplina restano motivazioni distinte e complementari.

La riflessione finale esprime una richiesta di formazione fondata sulla comprensione, non sulla sola riproduzione dei concetti. È una posizione critica del partecipante, non una conclusione generale dimostrata dalla ricerca. Nel suo racconto, tuttavia, chiarisce il significato attribuito allo studio: acquisire strumenti per comprendere le persone e i contesti, oltre a conseguire un titolo. Il completamento delle tappe accademiche e il valore dell’apprendimento emergono così come dimensioni connesse, ma non sovrapponibili.


Testimonianza rielaborata in prima persona da un’intervista. Sono stati omessi o generalizzati i riferimenti al lavoro, al corso specifico e i dettagli identificativi, secondo le scelte editoriali concordate. I giudizi sulle singole figure sono stati restituiti in forma non identificativa, mantenendone la dimensione di percezione personale. Sono state eliminate le ripetizioni e le interruzioni estranee al racconto. Il testo non è una trascrizione letterale integrale; la nota del ricercatore è distinta dalla voce del partecipante.

[ PROTOCOLLO ETNOGRAFICO // RECORDING_NOTE ]

Racconto rielaborato da un'intervista. I dettagli identificativi sono stati omessi.

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