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INTERVISTA: INT_2
SYNC_DATE: 06/10/2026 DELTA_T: 4 MIN

Ricominciare senza rincorrersi

“Trovare una direzione, affrontare il giudizio e riconoscere il valore dei propri passi.”

Lo studio nella mia famiglia

Nella mia famiglia lo studio ha sempre contato moltissimo. Non era qualcosa di importante soltanto durante gli anni di scuola: era presente anche nella vita quotidiana, nelle letture e negli interessi personali.

Mia madre continua a studiare per interesse suo. Le piace leggere, scoprire altre cose e approfondire quello che conosce. In casa c’erano soprattutto letture di cultura classica, ma anche romanzi e testi di altro genere.

Mio padre aveva interessi più scientifici e matematici. Quindi, pur con curiosità diverse, lo studio e i libri facevano parte dell’ambiente in cui sono cresciuto.

L’università era considerata una prosecuzione naturale del percorso scolastico. In famiglia si dava per scontato che l’avrei frequentata.

Questo, però, non significa che oggi mi facciano pesare il tempo che sto impiegando. Il valore attribuito allo studio e la pressione che sento davanti agli esami sono due cose che, nella mia esperienza, non coincidono.

Un percorso scolastico regolare

Alle superiori ho frequentato un liceo classico. Ho concluso i cinque anni senza bocciature e senza debiti.

Non significa che tutte le materie fossero semplici per me. In alcune ho avuto difficoltà, ma riuscivo a recuperare.

La scelta era stata influenzata anche da mia madre, ma c’era un interesse mio. Mi incuriosivano gli studi umanistici: la storia, la filosofia, le letterature classiche.

Erano argomenti che avevo incontrato anche a casa, ascoltando discorsi e vedendo leggere libri su questi temi. Questa familiarità ha contato nella decisione.

Al liceo mi sono trovato veramente bene. Di quella scelta non ho rimpianti.

La scuola era nella città in cui abitavo e non avevo bisogno di prendere mezzi per raggiungerla. Gli spostamenti non erano una difficoltà.

Anche il rapporto tra la scuola e la mia famiglia era continuo. I miei genitori seguivano il mio andamento e c’erano occasioni di confronto con i professori. Da questo punto di vista mi sentivo sempre seguito.

I primi tentativi universitari

All’università, invece, il percorso è stato diverso.

Prima del corso che frequento adesso ho iniziato altre due esperienze, e in entrambi i casi ho deciso di interrompere.

La prima è durata pochi mesi. Non mi trovavo bene e ho lasciato.

Successivamente mi sono iscritto a un altro percorso, in una città diversa. Avevo sostenuto qualche esame, ma anche lì non mi sentivo del tutto a mio agio. Poi è arrivata la pandemia e ho deciso di interrompere e tornare.

Non considero quei tentativi come se fossero stati privi di interesse. C’erano contenuti che mi piacevano e ragioni per cui li avevo scelti.

Ma tra l’interesse iniziale e il sentirmi nel posto giusto c’era una differenza.

Gli interessi dietro le scelte

Nelle prime scelte universitarie contavano anche le idee che avevo sul futuro.

Mi interessavano la comunicazione, il giornalismo sportivo e quello d’inchiesta. Cercavo di capire quale formazione potesse avvicinarmi a questi interessi.

Nel primo percorso c’erano materie che mi piacevano, ma non vedevo chiaramente come proseguire verso quello che immaginavo. Pensavo che sarebbe stato necessario un altro passaggio dopo la laurea.

Il secondo era più vicino al cinema, al teatro e allo spettacolo. Erano ambiti che sentivo miei, anche perché avevo fatto teatro.

Studiare la storia del cinema e le sue origini mi interessava. Questo non ha impedito che, nel complesso, decidessi di lasciare, ma non voglio cancellare quella parte positiva dell’esperienza.

Una scelta fatta da me

La decisione di iscrivermi al corso attuale è stata personale.

Non ho partecipato a incontri di orientamento e non ho seguito il consiglio di qualcuno che lo aveva già frequentato. Nella mia cerchia di amici ero il primo a scegliere quella strada.

Ho letto le materie e mi sono informato sulle possibilità che il percorso offriva.

Mi incuriosivano soprattutto i contenuti legati alle persone, alla cultura e alla progettazione. Guardando il programma, ho trovato argomenti che volevo conoscere meglio.

È stata una scelta costruita a partire da quello che leggevo e da ciò che mi interessava, non dall’esperienza diretta di qualcuno vicino a me.

Oggi sono vicino alla conclusione. Rispetto alle esperienze precedenti, in questo percorso sono riuscito a trovare una continuità.

La paura di non farcela di nuovo

All’inizio mi sentivo un po’ strano.

Avevo la sensazione di essere più grande di molti colleghi e arrivavo da due esperienze universitarie che, per me, erano andate male.

Questo mi faceva pensare: e se non riuscissi nemmeno questa volta?

Avevo paura di un altro fallimento. Non entravo nel nuovo percorso senza pensieri, come se stessi cominciando per la prima volta.

Poi, gradualmente, mi sono trovato bene. Ho conosciuto altri studenti, abbiamo cominciato a studiare insieme e mi sono sentito più a mio agio.

Non ricordo grandi difficoltà durante quel primo anno. Alcuni esami non sono andati bene al primo tentativo, ma sono riuscito a proseguire.

Il timore iniziale non è diventato una ragione per interrompere ancora.

Le giornate all’università

Durante il periodo delle lezioni, la mattina andavo all’università. Gli orari cambiavano a seconda dei corsi, ma spesso cominciavamo alle otto o alle nove e restavamo fino a mezzogiorno o all’una.

La sede era vicina a casa, quindi raggiungerla era semplice.

Quando avevamo lezioni anche nel pomeriggio, capitava di pranzare insieme agli altri studenti e rimanere lì in attesa.

Questi momenti facevano parte della quotidianità: non soltanto seguire le lezioni, ma stare con le persone che avevo conosciuto.

Quando tornavo a casa studiavo. Non dedicavo moltissime ore consecutive: spesso un’ora, un’ora e mezza, al massimo due.

In alcuni pomeriggi restavo sui libri per un intervallo un po’ più lungo, ma con delle pause. Il giorno dopo capitava di ripetere insieme ai colleghi.

Cercavo di lasciare libera la parte finale del pomeriggio e la sera, per uscire oppure riposarmi. In quel periodo non frequentavo la palestra.

Le lezioni e il confronto

Durante le lezioni non ho incontrato particolari difficoltà.

Molti professori erano interattivi. Ci invitavano a rispondere, a parlare con loro e a fare domande.

Questo rendeva più semplice partecipare. Non vivevo la lezione soltanto come un momento in cui ascoltare senza intervenire.

Poter fare domande e confrontarmi mi aiutava a seguire.

Le difficoltà maggiori sono arrivate negli esami, più che nella frequentazione delle lezioni.

Le scadenze come pressione personale

L’avvicinarsi di un appello mi faceva sentire molto pressato.

Pensavo che non potessi permettermi di non superare quell’esame. Ogni volta che una prova richiedeva più tempo, mi sembrava di sottrarlo alla preparazione della successiva.

Volevo andare avanti e abbreviare il percorso. Per questo una bocciatura non era soltanto un risultato negativo: nella mia testa diventava anche altro tempo perso.

Questa pressione non veniva dalla famiglia. È importante per me dirlo: era una cosa mia.

Ero io a vivere le scadenze in questo modo e a pensare continuamente a quanto mancasse al traguardo.

Quando l’ansia mi bloccava

Durante alcuni esami andavo in ansia e avevo dei vuoti di memoria.

Mi trovavo lì e non riuscivo a rispondere come avrei voluto. La difficoltà non era sempre soltanto nella preparazione: a volte mi bloccavo nel momento in cui dovevo parlare.

Non so spiegare con precisione perché succedesse. Sentivo però che, davanti alla prova, si amplificava la parte negativa.

Cominciavo a pensare che avrei sbagliato una domanda e che sarei stato bocciato. Questo pensiero mi faceva andare ancora più in ansia, fino a bloccarmi.

Ho avuto difficoltà anche in una materia quantitativa, perché la matematica non è il mio punto forte. In quel caso c’era un problema con i contenuti, oltre alla preoccupazione dell’esame.

Non tutte le difficoltà erano quindi uguali. In alcune situazioni dovevo lavorare meglio sulla materia, in altre riuscire a gestire quello che mi succedeva durante la prova.

La rassicurazione dei docenti

Non attribuisco questi blocchi ai professori. Li ho vissuti soprattutto come una difficoltà personale legata all’ansia.

Molti docenti se ne erano accorti e mi hanno rassicurato.

Questo mi aiutava a sciogliermi gradualmente. Dopo il momento iniziale di difficoltà riuscivo a parlare e a rispondere alle domande.

Per me quella comprensione ha contato. Non significava evitare l’esame, ma riuscire ad affrontarlo senza restare chiuso nella paura di sbagliare.

Ho avuto prove che non ho superato al primo tentativo e che, alla seconda occasione, sono andate bene. Ricordo un esame in cui sono tornato più tranquillo e sono riuscito a superarlo senza le difficoltà della prima volta.

Anche queste esperienze mi hanno mostrato che un risultato negativo non significava non poter riuscire.

Cambiare metodo

In un esame ho incontrato difficoltà per più tentativi.

Continuavo a prepararlo con un metodo che non funzionava per me. Oggi penso che avrei dovuto accorgermene prima.

Con l’aiuto di un collega ho provato un modo diverso di studiare e da lì le cose sono cambiate.

Se potessi tornare indietro, farei prima quel cambiamento. Avrei voluto preparare meglio alcuni esami e non rimandarli.

Non penso però che questo renda sbagliate tutte le scelte che ho fatto. In altri aspetti rifarei il mio percorso.

Quello che cambierei riguarda soprattutto il modo di affrontare alcune materie e il tempo lasciato passare prima di provare una soluzione diversa.

Un esame dopo l’altro

Durante questo percorso non sono arrivato a decidere di lasciare.

Ho avuto qualche dubbio e dei momenti di incertezza, ma non mi sono detto davvero che volevo interrompere anche questa esperienza.

Ogni esame superato mi faceva pensare di essere più vicino al traguardo.

Questa sensazione mi ha aiutato a continuare. Vedevo che, una prova dopo l’altra, stavo andando avanti.

Non era tutto semplice, ma riuscivo a riconoscere i passi fatti. Anche questo alimentava la voglia di studiare e affrontare l’esame successivo.

Il peso di essere fuori corso

Dentro di me, essere fuori corso non mi fa stare bene.

Sento il ritardo e vorrei arrivare alla conclusione. Non voglio dire che questa condizione non mi pesi.

I familiari e gli amici, però, non me l’hanno mai fatta pesare.

Mi hanno detto di stare tranquillo, che ognuno ha il proprio tempo e il proprio percorso.

Mi ricordavano che sarei arrivato anch’io all’obiettivo e che raggiungerlo prima o dopo non avrebbe cancellato il valore della conclusione.

Questo sostegno non eliminava tutti i miei pensieri, ma non aggiungeva altra pressione a quella che sentivo già.

Dimostrare a me stesso che posso riuscire

Una delle ragioni che mi hanno fatto continuare è la voglia di rivalsa personale.

Voglio dimostrare a me stesso che posso farcela.

Dopo le esperienze interrotte e le difficoltà incontrate, arrivare alla laurea ha anche questo significato.

Vorrei inoltre dare una gioia alla mia famiglia. Non perché pensi che non siano orgogliosi di me: è un desiderio mio, qualcosa che vorrei condividere con loro.

Per me la conclusione non è soltanto superare l’ultimo esame. È riuscire a portare fino in fondo una strada nella quale ho deciso di rimanere.

Le passioni che sono rimaste

La mia passione più grande è il calcio.

Non lo pratico, ma lo seguo, lo guardo e mi piace commentarlo. Sono riuscito a mantenere questo interesse durante l’università.

Mi piacciono anche il cinema, il teatro e lo spettacolo in generale.

All’inizio del percorso universitario facevo teatro e riuscivo a conciliare gli orari con quelli delle lezioni.

Successivamente ho interrotto per motivi personali. Non è stata l’università a rendere impossibile continuare.

È una distinzione che voglio mantenere: in quel periodo riuscivo a tenere insieme entrambe le cose, poi sono intervenute altre ragioni.

Guardare alla conclusione

Quando penso a come mi vedo tra qualche anno, mi immagino laureato e con una situazione stabile.

Sul proseguimento degli studi non ho ancora deciso. Non so se sceglierò una magistrale, un master o un altro percorso universitario.

Non voglio presentare come già definita una scelta che, al momento, non lo è.

Quello che vedo con più chiarezza è il desiderio di concludere questo percorso. Il passo successivo resta da capire.

Quello che direi a chi sta studiando

Dalla mia esperienza direi di cercare di non rimandare continuamente un esame.

Per me è importante studiare poco per volta, ma con continuità. Lasciare accumulare concetti e materie rende tutto più difficile da gestire.

Dedicare qualche ora allo studio ogni giorno e ripetere con i colleghi può essere un buon inizio.

Direi anche di non lasciare che sia soltanto la paura a decidere se presentarsi o meno.

A volte pensi di aver studiato male, di non sapere abbastanza e di non poter superare la prova. Nella mia esperienza, in alcune occasioni era soprattutto l’ansia a farmi vedere tutto così negativamente.

Non significa che basti tentare senza prepararsi. Significa che il timore di non farcela non sempre racconta davvero quello che sai.

È qualcosa che ho imparato attraversando i miei dubbi, le prove andate male e quelle che poi sono riuscito a superare.


Nota del ricercatore

La testimonianza descrive un percorso universitario non lineare, preceduto da esperienze interrotte e da una nuova scelta costruita autonomamente attraverso l’interesse per i contenuti. L’importanza attribuita allo studio nel contesto familiare non coincide, nel racconto, con una pressione esercitata sul rispetto delle scadenze. Il partecipante distingue infatti le aspettative formative della famiglia dalla tensione personale che avverte davanti agli appelli.

La dimensione emotiva della valutazione costituisce un nucleo centrale. Il timore di sbagliare viene descritto come un pensiero che amplifica l’ansia e può rendere difficile esprimere la propria preparazione. Il partecipante non attribuisce questa difficoltà al comportamento dei docenti e riconosce, al contrario, il valore della rassicurazione ricevuta. La relazione appare così come una risorsa che, nella sua esperienza, aiuta ad affrontare il momento della prova.

Accanto all’ansia emergono difficoltà legate ai contenuti e al metodo di studio. Il cambiamento della modalità di preparazione, sostenuto dal confronto con un collega, rappresenta un passaggio significativo: non tutte le difficoltà vengono ricondotte alla stessa causa. Il racconto mantiene distinte la comprensione delle materie, l’organizzazione dello studio e la possibilità di esprimere ciò che si conosce durante l’esame.

Il vissuto del fuori corso rimane segnato da disagio e desiderio di concludere. Il sostegno di familiari e amici non cancella questo peso, ma offre una lettura meno centrata sul confronto temporale con gli altri. La volontà di dimostrare a se stesso di poter riuscire e il desiderio di condividere il traguardo con la famiglia accompagnano la prosecuzione degli studi. La testimonianza non presenta quindi il ritardo come un’esperienza necessariamente positiva: restituisce il modo in cui il partecipante cerca di attraversarlo, sostenuto dalle relazioni e dai progressi che riconosce nel proprio percorso.


Testimonianza rielaborata in prima persona da un’intervista. Sono stati omessi o generalizzati i riferimenti al lavoro, al corso specifico e i dettagli identificativi, secondo le scelte editoriali concordate. Sono state eliminate le ripetizioni e le interruzioni estranee al racconto. Il testo non è una trascrizione letterale integrale; la nota del ricercatore è distinta dalla voce del partecipante.

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Racconto rielaborato da un'intervista. I dettagli identificativi sono stati omessi.

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